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Fare sport è una “terapia” per i disabili

I successi ottenuti dagli atleti paralimpici hanno portato l’attenzione sugli aspetti positivi dell’attività fisica anche per chi ha subito lesioni gravi. Fra i problemi da risolvere l’accessibilità delle strutture in cui allenarsi e i costi delle protesi.

Nei bambini la possibilità di praticare una disciplina favorisce la socialità e lo svago. E a tutte le età aiuta a prevenire le patologie cardiovascolari.

Le 69 medaglie conquistate dai nostri atleti alle Paralimpiadi di Tokyo brillano di una luce che supera i meravigliosi traguardi sportivi. In attesa dell’edizione invernale dei Giochi Paralimpici, prevista a marzo a Pechino, i nostri campioni hanno raggiunto obiettivi ambiziosi con una grinta che conquista bambini, adolescenti e adulti disabili, le loro famiglie e gli italiani tutti per un cambiamento culturale senza precedenti.

Le disabilità non sono un handicap per realizzarsi , i ragazzi ci danno l’esempio : nella delegazione di Tokyo è scesa l’età media passando da 33 a 30 (e nel nuoto siamo a 25 anni), inoltre la presenza di donne è in evidente crescita: sono ora 69 su 115 mentre in passato le atlete erano in minoranza sparuta. I giovani non vogliono rinunciare, si impegnano e sono tenaci bruciando vecchi limiti, divenuti obsoleti. 

Alla svolta culturale però non corrispondono decisioni politiche e sociali incoraggino e supportino anche le molte persone con diversi livelli di disabilità che purtroppo non si muovono neanche a livello amatoriale mentre lo sport è, prima di tutto, medicina e segreto per essere più indipendenti e sereni.

“Questo è il punto debole” spiega Luca Pancalli, presidente del Comitato italiano paralimpico (CIP). A tokyo abbiamo avuto 115 splendidi atleti professionisti dei quali siamo infinitamente orgogliosi ma che sono la punta di un iceberg che alla base è composto da una moltitudine di bambini, ragazzi e adulti con diversi e che non sono supportati nei loro diritti, incluso quello allo sport. I Giochi hanno dato la volata, ora temo si spengano i riflettori. Su oltre 3 milioni e 200 mila disabili in Italia, escludendo gli ultra sessantacinquenni, ci sono più di un milione di persone che potrebbero essere interessate a fare attività fisica. E’ urgente cambiare il nostro sistema di welfare che da assistenzialistico diventi attivo per supportare e stimolare lo sport quotidiano come parte integrante del percorso di riabilitazione e di benessere.

Non solo applausi 

L’attività fisica è un diritto per tutti ma per metterlo i pratica c’è bisogno di strutture sportive accessibili, di personale e allenatori qualificati, accoglienti, preparati sulle diverse disabilità. “ Oggi siamo a una svolta perché la sensibilità e l’approccio culturale sono migliori ma, sul territorio, le società di volontariato non riescono a sostenere i costi, idem le famiglie che affrontano moltissime spese. Anche gli ausili, come le protesi con cui hanno corso e saltato le nostre splendide campionesse Martina Caironi, Monica Contraffatto e Ambra Sabatini, sono costosi. Purtroppo attendiamo ancora la riforma del nomenclatore degli ausili sanitari necessari per le disabilità, che oggi esclude moltissimi dispositivi” aggiunge Pancalli. “No si sono limiti per nessun tipo di disabilità per praticare un’attività fisica, né nei casi di lesioni midollari che di amputazioni, cerebro-lesioni e malattie degenerative, cecità o disabilità intellettive” precisa Emiliana Bizzarrini, medico sportivo della SOC Unità Spinale della Azienda sanitaria Friuli Centrale e medico della nostra Nazionale di Tokyo 2020. “I campioni hanno raggiunto traguardi che parevano impossibili, dimostrando una tenacia superiore anche a chi li ha preceduti, sono una eccellente generazione”.

Lo sport è necessario, integra le terapie e spesso le sostituisce perfino, sia per i bambini che adulti e regala anche nuova autonomia nello svolgimento delle attività quotidiane.

L’attività fisica di tipo aerobico previene le patologie cardiovascolari di tutti ma il rischio è molto più elevato nelle disabilità legate, ad esempio, alle lesioni midollari.

“Lo sport migliora la qualità di vita in modo eccezionale, è prezioso per i bambini e i teenagers perché mezzo di socializzazione e svago. Le nuove generazioni sono pronte per impegnarsi, ce lo dimostrano i nostri atleti di punta e i pazienti della nostra unità spinale. Ora non deludiamoli” Conclude Bizzarrini .

Freddo e neve

La svolta è segnalata anche dalla Federazione italiana sport invernali paralimpici , il cui appuntamento co i Giochi è per il prossimo 4 marzo a Pechino, in attesa di Milano-Cortina 2026. Spiega Manuele Lambiase, preparatore atletico della squadra di sci alpino : “Nessuna attività è controindicata sulla neve, seppure non tutti riescono a raggiungere le località sciistiche e gli sport invernali hanno costi più alti. Unica attenzione da evitare congelamenti agli arti nei casi di lesioni midollari.

Tutti i benefici

I benefici in montagna includono anche la possibilità di stare all’aria aperta in una stagione in cui si tende invece a stare al chiuso.

Sottolinea la presidente della Federazione, Tiziana Nasi: “Abbiamo una trentina di società sportive affiliate sull’arco alpino e appenninico, con il compito di avvicinare bambini e ragazzi disabili allo sci alpino, nordico, allo snowboard e al bob non solo per divulgare la cultura sportiva e l’importanza dell’attività fisica per la salute nei casi di disabilità”.